Il paradosso del controllo: quando il voler eliminare il disagio può renderci più infelici
Viviamo in un’epoca che celebra l’ottimismo, la produttività e il benessere costante. In questo contesto, è facile sviluppare un’idea pericolosa: che le emozioni spiacevoli, i pensieri intrusivi o le sensazioni fisiche sgradevoli siano fallimenti del nostro sistema, anomalie da correggere al più presto.
L’articolo esplora proprio questo circolo vizioso: la tentazione di necessariamente governare gli stati interni, trasformando il disagio in una fonte costante di frustrazione e rimuginio.
Tutto inizia quando cataloghiamo, inquadriamo certe esperienze interne (tristezza, ansia, stanchezza, dubbi ossessivi) come minacce. Lo scopo diventa allora sopprimerle, controllarle, eliminarle. Ma qui sorge il primo paradosso: uno scopo irrealistico genera una frustrazione inevitabile.
È un obiettivo “da uomo morto”, come qualcuno lo ha giustamente definito. Solo un organismo non vivente non prova certe sensazioni interne. L’essere umano, per sua natura, è un sistema dinamico, in fluttuazione. Pretendere una quiete assoluta significa iniziare una sorta di guerra civile.
Questa guerra si combatte principalmente con una tattica: il rimuginio. Rimuginiamo per anticipare il disagio, per comprenderlo, per trovare una soluzione che lo annienti. Tuttavia il rimuginio non è un alleato; è un amplificatore. Mentre cerchiamo nella nostra mente la chiave per spegnere l’ansia, non facciamo altro che tenerla accesa, alimentandola con la nostra ipervigilanza.
L’attenzione che crea il mostro
Immaginiamo che ci venga rivolto come ordine tassativo di non pensare a un elefante rosa. Cosa succede? La vostra mente scannerizza continuamente se stessa per verificare l’assenza dell’elefante, rendendolo inevitabilmente presente.
Lo stesso accade con le emozioni e le sensazioni.
-
Esempio 1: L’energia perfetta. Se parto dal presupposto che “devo essere sempre carico di energie”, al primo segnale di stanchezza mattutina attiverò un monitoraggio interno: “Perché sono stanco? C’è qualcosa che non va?”. Questo monitoraggio, anziché risolvere la stanchezza, la cristallizza, trasformando una normale fluttuazione fisiologica in un problema esistenziale. La soluzione naturale—alzarsi, muoversi, attivarsi—viene soffocata dal rumore mentale.
-
Esempio 2: L’ansia pericolosa. Se considero l’ansia un nemico pericoloso (può farmi perdere il controllo, è un segnale di infarto), ogni suo minimo segnale (un batticuore, un respiro corto) diventerà un’emergenza. La priorità assoluta diventa “far passare l’ansia”. Questo stato d’allerta generalizzato non fa che aumentare i livelli di adrenalina e cortisolo, confermando, nella nostra mente, l’idea che l’ansia sia davvero pericolosa. Si innesca così il circolo del panico.
-
Esempio 3: La mente pura. Se credo che una mente “normale” o “buona” non debba avere pensieri violenti, sessuali o blasfemi, inizierò a scannerizzarla per cacciare via questi intrusi. Ogni scannerizzazione è una ricerca, e ogni ricerca trova il suo bersaglio. Il tentativo di soppressione (spesso attraverso il rimuginio: “Perché ho questo pensiero? Cosa significa?”) garantisce la ricomparsa del pensiero, in un effetto paradosso devastante.
La svolta: dalla soppressione alla navigazione
Il punto cruciale, su cui vale la pena riflettere profondamente, è questo: non è la presenza del disagio a renderci schiavi, ma lo scopo stesso di eliminarlo.
Quando la nostra bussola interna punta solo verso “eliminare il negativo”, tutte le nostre scelte diventano subordinate a questa missione impossibile. Rinunciamo a uscire se potremmo essere ansiosi, evitiamo conversazioni se potrebbero turbarci, combattiamo con noi stessi invece di vivere.
La libertà psicologica inizia qui, rivedendo sostanzialmente l’obiettivo.
Cosa possiamo fare, allora?
-
Riconoscere l’irrealisticità dello scopo. Il primo passo è accettare, a livello profondo, che una vita umana degna di essere vissuta non è una vita senza disagio. È una vita in cui il disagio è presente, ma non ha l’ultima parola. La normalità è la fluttuazione moderata, non la felicità costante.
-
Cambiare la relazione con l’esperienza interna. Invece di chiederci “Come faccio a farlo sparire?”, possiamo imparare a porci domande diverse: “Posso fare spazio a questa sensazione, permettendole di essere qui, senza che debba per forza guidare le mie azioni?” — “Posso notare questo pensiero come un semplice evento mentale, una nube che passa nel cielo della mia consapevolezza, senza doverci salire sopra?” — “Cosa posso fare che sia importante per me, nonostante la presenza di questo stato d’animo?”
-
Sviluppare la disponibilità a navigare. La metafora della navigazione è potente. Non possiamo controllare il mare (le nostre emozioni, i nostri pensieri). A volte sarà calmo, a volte mosso, a volte tempestoso. Possiamo, però, imparare a tenere la barra e a orientarci non in base all’assenza di tempesta, ma in base alle stelle dei nostri valori: cosa è importante per me? Quale direzione voglio dare alla mia vita?
-
Passare all’azione. Quando mi alzo stanco, posso riconoscere la stanchezza (“Ok, oggi è una giornata a basso carburante”) e comunque compiere la prima azione piccola e significativa: alzarmi dal letto, farmi una doccia, preparare la colazione. Spesso è l’azione stessa, non il riposo forzato, a ri-generare l’energia. L’ansia può essere presente mentre preparo una presentazione importante; posso notarla, dargliele spazio, e contemporaneamente impegnarmi nella preparazione.
Conclusione: La libertà di scegliere il peso
La vera libertà non consiste nell’avere una mente ordinata e quieta. Consiste nel decidere quanto peso dare ai propri stati interni. Un pensiero è solo un pensiero finché non decidiamo che sia una verità assoluta o un’emergenza. Un’emozione è solo un’onda finché non decidiamo che ci travolgerà.
Smettendo di combattere la battaglia impossibile per l’eliminazione del disagio, ritroviamo energie immense. Energie che possiamo finalmente investire per costruire, passo dopo passo, anche nel mare mosso, una vita che vale la pena di essere vissuta.
E tu? In quali aree della tua vita stai combattendo per controllare l’incontrollabile? Prova, per un giorno, a cambiare obiettivo: da “farlo sparire” a “conviverci mentre mi muovo verso ciò che conta”.
Leave a Comment
(0 Commenti)