Il paradosso della felicità: per stare meglio serve diventare più modesti
L’ossessione per l’autostima e il successo ci intrappola, quando la via della serenità passa dall’accettare la nostra (deliziosa) limitatezza
C’è un principio che diamo per scontato nella ricerca della felicità: per stare meglio, dobbiamo diventare più “grandi”. Più grandi ai nostri occhi, costruendo un’autostima invalicabile. Più grandi agli occhi degli altri, scalando la gerarchia del successo, dei like, del riconoscimento.
E se questa presupposto mentale di base fosse non solo sbagliato, ma anche la fonte principale della nostra ansia e frustrazione cronica?
La strada verso una vita serena non passa necessariamente dall’ambizione del sé, ma dal suo giusto dimensionamento. anzi, dalla gioiosa e liberatoria accettazione della nostra “limitatezza”.
L’illuminazione in un’aula di astronomia
Ricordo un corso seguito tanto tempo fa: “Introduzione all’Astronomia”. Uno conoscente condivise il motivo del suo entusiasmo: “Quando entro in aula sono stressato. Novanta minuti dopo mi sento sollevato, perché so di essere solo un granello su un altro granello”.
Non parlava di stelle.
Aveva toccato, forse senza saperlo, una profonda verità psicologica e filosofica. La sensazione della nostra infinitesimalità non è deprimente: è terapeutica. Rilassa perché ci solleva dal peso di essere costantemente su una prestazione da compiere, dal dover essere il centro del palcoscenico universale. Rimettere le cose in prospettiva significa, letteralmente, vedere noi stessi in proporzione al tutto.
Perché la ricerca del successo può renderci infelici 
Il nostro impulso a primeggiare non è un difetto morale: è un’eredità evolutiva. I nostri antenati, spinti dalla convinzione di dover contare più degli altri, si impegnavano a salire nella gerarchia sociale, aumentando le chance di trasmettere i propri geni. Abbiamo ereditato i loro circuiti neurali della “mania di grandezza”.
Ma questo meccanismo, utile per la sopravvivenza della specie, è un disastro per il benessere individuale nel mondo moderno:
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Trasforma le situazioni sociali in esami. Una chiacchierata diventa una performance, un errore una tragedia personale.
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Ruba la gioia delle attività complesse, perché siamo più concentrati su come appariamo mentre le facciamo che sul flusso dell’azione stessa.
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Anche il “successo” ha un prezzo biologico. Studi sui primati (e sugli umani) mostrano che le posizioni di alto rango sono spesso associate a livelli cronicamente alti di ormoni dello stress. La vetta è un posto stressante.
Madre Natura non è interessata alla nostra felicità, ma alla nostra propagazione. Per essere felici, quindi, spesso dobbiamo opporci alle nostre tendenze naturali più impulsive, non assecondarle, possiamo disattivare il pilota automatico che ci spinge a cercare grandezza.
Se il problema è un ego ipertrofico, la soluzione è un sano ridimensionamento. Ecco tre metodi scientificamente e filosoficamente validi per farlo.
1. Cercare la meraviglia
Lo psicologo Dacher Keltner (UC Berkeley) definisce la meraviglia come “la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di vasto che trascende la nostra comprensione del mondo”. L’effetto collaterale? Ci “rimpicciolisce”.
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Come praticarla: Passeggiate nella natura immersiva, ascolto di musica che toglie il fiato, contemplazione dell’arte, osservazione di atti di bontà morale. Cerca ciò che ti lascia senza parole e senza pensieri autoriferiti.
2. Toccare il trascendente (con o senza Dio)
Un tema centrale nelle grandi tradizioni spirituali è l’annichilimento del sé per unirsi a qualcosa di più grande. Le neuroscienze ci mostrano il perché. Ricerche come quelle di Lisa Miller (Columbia University) mostrano che le esperienze spirituali riducono l’attività nelle aree cerebrali che elaborano l’autoreferenzialità e le preoccupazioni ordinarie.
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Come praticarla: Meditazione di consapevolezza, preghiera contemplativa, scrittura riflessiva sul proprio posto nell’universo, o semplicemente il silenzio in un luogo sacro (naturale o costruito).
3. Servire in silenzio
Il dono anonimo è l’antidoto puro al bisogno di riconoscimento. Uno studio del 2020 sui donatori anonimi di reni ha rivelato che questi individui erano, in media, significativamente più felici della popolazione generale.
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Come praticarla: Dai senza farti vedere. Un favore anonimo, una donazione segreta, un lavoro di volontariato di cui non parli a nessuno. L’obiettivo è rompere il circuito narcisistico “agisco-ottengo-lode” e sperimentare la gioia pura del dare.
Autostima vs. Umiltà: un possibile cambiamento di paradigma
Per decenni ci è stato ripetuto che dovevamo potenziare l’autostima a tutti i costi. Ma un’autostima gonfiata artificialmente è come una bolla di sapone: brillante per un attimo, ma fragile e destinata a scoppiare, spesso alimentando narcisismo e nuova ansia da prestazione.
L’approccio opposto – “l’umiltà” – è più solido e si basa sul riconoscere con gioia la realtà: siamo un frammento infinitesimale di un universo magnifico. Questo riconoscimento non è umiliante; è liberatorio. Ci permette di deporre il fardello dell’egocentrismo e di partecipare alla danza della vita con più leggerezza, gratitudine e connessione autentica con gli altri.
La semplice verità è questa: Siamo un granello su un granello. Un adorabile granellino, amato da pochi altri granellini. Che bella, preziosa e sufficiente vita.
Dott. Marco Forti.
Psicologo, Psicoterapeuta & Sessuologo Clinico
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