Dissonanza cognitiva e portafogli vuoti: la dinamica psicologica di chi difende i super-ricchi
C’è un fenomeno sociale tanto curioso quanto radicato che chiunque potrebbe agevolmente notare: l’ammirazione incondizionata e spesso la difesa a spada tratta, che le persone comuni riservano ai super-ricchi. Non parliamo solo di un generico rispetto per il successo, ma di una vera e propria militanza emotiva che emerge puntualmente quando un magnate della finanza o dell’industria viene toccato da scandali, accuse di elusione fiscale o denunce di condizioni di lavoro non a norma. È un paradosso perchè sfida la logica del mero interesse personale. Come spieghiamo, dal punto di vista della psicologia e dell’antropologia, che un lavoratore con reddito medio-basso si erga a paladino di un individuo che sta traendo profitto da un sistema che lo impoverisce? Perché una parte di noi sembra avere un disperato bisogno di proteggere chi incarna la nostra antitesi socio-economica?
La risposta non sta nell’economia, ma nelle profondità dei nostri meccanismi psichici.
La religione laica e il nuovo Pantheon del Capitalismo
L’essere umano è un animale che ha bisogno di credere e sperare. Storicamente, la costruzione di modelli e figure messianiche è stata una strategia evolutiva e culturale fondamentale per affrontare l’incertezza, soprattutto nei periodi di crisi. Nel secolo scorso, questo ruolo era incarnato dalle grandi ideologie o da leader spirituali che offrivano una visione del mondo, una speranza di salvezza collettiva.
Oggi, nel vuoto lasciato dalle grandi narrazioni religiose ed umanistiche, quel bisogno di affidamento non è scomparso: si è semplicemente trasferito. I patriarchi del capitalismo sono stati elevati al rango di divinità laiche. Li osserviamo con la stessa deferenza con cui i fedeli guardano i santi: esseri superiori, dotati di una visione, un’intelligenza e una “grazia” (il denaro) che li rende venerabili ed intoccabili.
Questa “superiorità morale e intellettuale” presunta è la chiave di volta della loro intoccabilità. Se un uomo è diventato uno dei più ricchi del pianeta, pensiamo, è perché “lo ha meritato”. Ha lavorato più duramente, ha visto più lontano. Difenderlo non significa difendere lui in quanto individuo, ma difendere la speranza, ma qui scatta il meccanismo psicologico più potente di tutti: la giustificazione del sistema.
In psicologia sociale, la “teoria della giustificazione del sistema” spiega come le persone tendano a razionalizzare e difendere lo status quo, anche quando è oggettivamente contrario ai loro interessi. Il motivo è semplice: il cambiamento di opinione è spaventoso. Ammettere che il sistema è profondamente ingiusto e truccato genererebbe un’angoscia intollerabile. Sarebbe come ammettere che il gioco della vita è già stato truccato e che non abbiamo alcuna possibilità reale di vincerlo.
Per evitare questo dolore, per evitare la “dissonanza cognitiva” la mente attiva la difesa giustificatoria: ci convinciamo che il sistema è meritocratico perché è l’unico modo per mantenere viva la speranza. Difendere i super-ricchi significa difendere l’idea non sempre realistica che un giorno anche noi potremmo scalare quella piramide. È un investimento emotivo nel “sogno americano”, un sogno che ci anestetizza di fronte all’ingiustizia presente.
Se il ricco è ricco per merito, allora il povero è povero per demerito. È una credenza confortante perché ci illude di avere il controllo sul nostro destino. È molto più rassicurante pensare “se mi impegno ce la farò anch’io” piuttosto che accettare la realtà statistica di un ascensore sociale rotto e da riparare.
La realtà smentisce il mito
Cosa succede quando l’esame di realtà irrompe in questa narrazione consolatoria? I dati ci pongono di fronte a una verità scomoda.
Dal 2020 a oggi, i cinque uomini più ricchi del pianeta hanno quasi raddoppiato le loro fortune, mentre la ricchezza di quasi 5 miliardi di persone è drasticamente diminuita. Non si tratta di un incidente di percorso, ma di una scelta strutturale che concentra il potere d’acquisto nelle mani di una élite sempre più ristretta.
E che dire del mito del “creatore di posti di lavoro”? Anche questo crolla di fronte alle statistiche. I dati OCSE mostrano inequivocabilmente come la pressione fiscale reale sui lavoratori dipendenti e sulla classe media sia proporzionalmente molto più alta rispetto al tasso effettivo versato dalle grandi multinazionali. In pratica, è il lavoratore comune a sostenere il peso dello stato sociale, mentre chi detiene il capitale trova le vie per sottrarvisi.
Difendere queste politiche fiscali non è solo un errore di valutazione politica. È un atto di autolesionismo collettivo. Significa accettare e persino giustificare, che i servizi pubblici essenziali – dalla sanità all’istruzione – rimangano privi delle risorse necessarie per funzionare. Significa preferire un’illusione di grandezza altrui alla realtà della propria precarietà.
Una Nuova Consapevolezza
Il bisogno di credere in qualcosa di più grande di noi è profondamente umano. Il problema sorge però quando questo bisogno viene dirottato verso un culto della personalità che ci rende complici della nostra stessa subordinazione.
Comprendere i meccanismi psicologici che ci spingono a difendere i miliardari è il primo passo per liberarcene. È un invito a spostare la nostra ammirazione dall’individuo miracolato, al bene collettivo. È la sfida di riappropriarci di un sogno più maturo: non quello di diventare eccezionalmente ricchi, ma quello di vivere in una società che non sia eccezionalmente ingiusta.
La prossima volta che sentiamo l’impulso di difendere un magnate accusato di elusione fiscale, fermiamoci un attimo e chiediamoci: sto difendendo una persona o sto proteggendo la mia fragile speranza in un sistema che, forse, non ho mai davvero avuto la possibilità di scalare?
La consapevolezza è il primo, più potente antidoto.

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