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Si può comprare la felicità?

Una domanda che forse tutti una volta nella vita ci siamo fatti è: i soldi fanno la felicità? Che rapporto che intercorre fra la ricchezza e la felicità e cioè, i soldi fanno la felicità degli individui o no?  

Ad un aumento delle entrate economiche corrisponde effettivamente ad un aumento della felicità?

E di conseguenza: le persone che vivono nei Paesi ricchi sono più felici di quelle che vivono nei paesi poveri?

Sono tanti gli studi che rilevano e confermano un certo tipo di rapporto tra reddito e benessere psicologico, ma affermano pure che tale rapporto non è lineare.

Il primo dato empirico da cui si è partiti negli studi sulla felicità, presto divenuto noto come il paradosso della felicità  o paradosso di Easterlin, è stata l’inesistente o troppo esigua correlazione tra reddito e felicità, o tra benessere economico e benessere generale.

Tale ricerca dice, in sintesi, che la relazione tra reddito e felicità auto percepita, non cresce linearmente nel tempo, all’inizio aumentano insieme, ma dopo una certa soglia e dopo un certo tempo, ogni ricchezza in più non solo non aumenta la felicità, ma l’andamento s’inverte e la felicità si stabilizza o decresce.

La relazione tra reddito e felicità non è lineare, un aumento di reddito corrisponde un aumento della felicità solo nelle fasce più povere della popolazione. Questi due fenomeni sono direttamente proporzionali quando il reddito è molto basso o nullo, ma ad elevati livelli di entrate economiche la relazione è debole o addirittura nulla.

Un noto e recente studio dell’Università di Princeton, è arrivato a stabilire che le persone diventano più felici al crescere dello stipendio solo fino a 75mila dollari di retribuzione annua (un po’ più di 60mila euro). Oltre questa soglia, però, il rapporto di reciprocità cessa e anche se si guadagna di più la felicità non aumenta. . Ciò può essere dovuto al fatto che il denaro è importante per soddisfare i bisogni di base, ma fino a un certo punto. Dopo, infatti, il desiderio di maggiori guadagni materiali e il peso del confronto sociale potrebbero, paraddosalmente, ridurre il benessere.

Un gruppo di economisti di Harvard ha invece stabilito sempre di recente che i soldi ci rendono più felici solo se li usiamo per “comprare tempo libero”, ad esempio pagando qualcuno per pulirci la casa.

Insomma la diatriba continua ma, in sostanza, il reddito da solo non è sufficiente a spiegare il benessere soggettivo.

Questo fenomeno si può spiegare anche con la teoria dell’adattamento: l’effetto piacevole di uno stimolo si riduce se questo stimolo viene ripetuto in modo frequente e costante.

Esempio: il primo gelato mangiato da un’altissima dose di soddisfazione alla persona, il secondo alta, il decimo gelato bassissima e quelli che vengono dopo  la disgustano addirittura.
È il processo di adattamento che porta le persone ad aumentare le proprie aspirazioni, ma purtroppo poi le persone non sono mai soddisfatte: una volta raggiunto un obbiettivo, vogliono raggiungerne un altro, ed i desideri sono inesauribili; più una persona ha e più vorrebbe avere.

Quando acquistiamo un nuovo bene di consumo viviamo un miglioramento temporaneo, ma poi la nostra sensazione di benessere ritorna al livello precedente. Questo perché ci adattiamo in poco tempo alla nostra nuova condizione e dopo un po’ desideriamo cambiare e avere di più.

Cercare di perseguire la felicità, concretizzandola in denaro o obiettivi materiali che rischiano di evolvere sempre a rialzo, potrebbe rivelarsi un nostro più grande errore di fondo.

Il denaro è un bene che può essere presente al momento, che viene speso oggi ma che potrebbe non essere più a nostra disposizione domani. Ecco un’altra delle spiegazioni più semplici secondo cui la vera felicità, cioè una felicità duratura, non può basarsi (solo) sul denaro.

In un certo senso sarebbe assurdo presumere che un bene possa “garantire” la felicità a vita.

Se così non fosse si vivrebbe ancorati ad emozioni anche remote, senza possibilità di scampo. Benché questo possa essere auspicabile nel caso di emozioni “positive”, potrebbe non esserlo per avvenimenti che hanno scaturito in noi emozioni spiacevoli, come la tristezza. La perdita di un genitore è un evento molto triste, ma tale emozione si attenuerà nel tempo, dandoci la possibilità di recuperare ulteriori emozioni come –ad esempio – la felicità.

Tornando quindi all’equazione soldi=felicità, certamente si può affermare che avere un’ingente somma di denaro – soprattutto se prima ne eravamo sprovvisti – può provocare felicità, ma questa emozione con tutta probabilità non ci renderà felici fino alla fine dei nostri giorni o –per meglio dire- non ci renderà immuni all’esperienza di emozioni negative.

Forse è il mondo in cui viviamo ci porta ad una percezione distorta della felicità

Il denaro e i beni materiali sono sempre qualcosa di transitorio, ecco perché una felicità duratura non può contare solo su di essi e dunque è presto spiegato il motivo per cui la felicità legata ai soldi e agli acquisti tramite gli stessi tenderà a svanire presto.

Denaro e beni materiali, da soli, non possono garantirci una felicità duratura. Per spiegare le motivazioni della felicità di una persona non possiamo soffermarci soltanto sul suo livello di ricchezza. Diventano importanti le sue relazioni sociali, i suoi legami con gli altri, le amicizie, la situazione famigliare, gli hobby e le passioni, lo stato di salute, il lavoro svolto e la stabilità emotiva.

Ciò non significa che i soldi non contino nulla, ma semplicemente che per vari motivi non possono garantirci una felicità completa. Immaginiamo di esserci impegnati per tutta la vita per guadagnare molto denaro. Nel frattempo però tutti gli altri aspetti della nostra esistenza sono andati a rotoli, perché non ci siamo presi cura a sufficienza della nostra famiglia, delle relazioni con gli altri o della nostra salute.

Cosa avremo ottenuto? Molto denaro, una felicità parziale legata al patrimonio accumulato e ben poco altro.

Per raggiungere e mantenere una piena felicità, forse, ci vuole un costante allenamento quotidiano che ci faccia tenere ben tarato il nostro strumento di misurazione interiore. Un vero e proprio training che ci ricordi di gioire per quanto raggiunto e ce lo faccia dare per scontato il più di rado possibile.

«La felicità non è avere quello che si desidera, ma desiderare quello che si ha», scrisse Oscar Wilde. Ecco, alla fine siamo inciampati nell’ennesimo aforisma, ma tutto sommato il segreto potrebbe essere proprio questo.

Autore © Dott. Marco Forti.

Psicologo – Psicoterapeuta Cognitivo comportamentale – Sessuologo & Esperto in EMDR

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