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Si può definire il valore di una persona?

Il concetto di valore personale fornisce alla persona un riferimento interno a ciò che è buono, positivo, importante, bello, desiderabile e costruttivo. Tale aspetto è uno dei fattori che genera comportamenti e influenza le scelte fatte dall’individuo.

Se rappresentato in modo rigido, può anche dare origine a profondi conflitti intestini.

Una spiegazione del concetto di valore personale è rivolta ad aiutare le persone a chiarire a cosa “servono” le loro vite e per cosa vale la pena “lavorare”.

Nel trattamento delle sindromi psicologiche spesso ci si imbatte in convinzioni che riguardano il proprio valore o quello altrui.

Altrettanto spesso tali convinzioni risultano purtroppo fondamentali nella creazione e nel mantenimento del disagio psichico.

Si può definire il valore di una persona?

Abbiamo due modi per affrontare il problema; il primo considerare il valore come legato ad una o più condizioni. Parleremo allora di valore condizionato o relativo, un valore che aumenta in base alla presenza di caratteristiche predefinite.

Il valore relativo è quello in cui viene fissato l’ambito in cui si giudica: un forte atleta, un valente artista, un buon cristiano ecc. Nessuno può mettere in dubbio che il valore relativo sia definibile e oggettivabile.

Il problema, in questo caso,  è che qualunque siano le condizioni assunte, esse risulteranno necessariamente mutevoli nel corso del tempo, quindi il valore di un individuo sarebbe dedotto dalla presenza o meno di un circoscritto numero di tratti, caratteristiche o comportamenti, non tenendo conto che gli organismi umani sono altamente complessi ed intrinsecamente incoerenti, tanto da poter rendere difficile una valutazione in termini globali.

Anche quando osserviamo le cose da un punto di vista lineare utilizzando un criterio oggettivo, aritmetico, non possiamo sottrarci dai limiti del relativismo; una persona che guadagna 10.000 euro al mese può risultare ricca se paragonata ad una che ne guadagna 1.000, e povera, se al contrario, la contrapponiamo ad una che ne guadagna 100.000. Quindi in assoluto come dovremmo definirla in termini di valore?

Il concetto di valore condizionato, entra ancora più in crisi quando poi si è chiamati a valutare secondo criteri non aritmetici, pensiamo ad esempio al concorso di Miss Mondo, per eleggere la donna più bella del pianeta o ad una giuria chiamata a valutare la prova di tuffi di un concorrente olimpico. Nelle migliaia di situazioni analoghe verificatesi, l’uniformità di vedute è stata rarissima, a conferma del fatto che anche in questo caso non esiste un parametro “oggettivo”, ma le persone, anche se esperte nel proprio campo, esprimono pareri diversi e talvolta totalmente divergenti, evidentemente condizionati più da considerazioni personali derivanti dalla propria situazione e dalle proprie esperienze di vita.

Se il valore di una persona è collegato ai risultati che si ottengono in alcuni determinati ambiti, ne consegue quindi che la nostra autostima dipenderebbe in modo lineare dai risultati ottenuti, con effetti devastanti qualora questi risultati non fossero raggiunti.

Nella storia dell’uomo abbiamo ben presente cosa questo concetto ha determinato: i genocidi, le persecuzioni razziali o religiose, la visione stereotipata della donna. Questa sorta di “neocinismo” conduce allschiavitù da risultato, non certo una facilitazione all’ottenimento della felicità

Perché allora si è evoluto tale concetto?

 

Tale sistema sembra rispondere al nostro bisogno di dare un senso stabile agli accadimenti della vita, sollevandoci dall’angoscia dell’incertezza interpretativa e dalla fatica di dover ogni volta contestualizzare un comportamento ed astrarre le sue giustificazioni da una serie di fatti spesso non chiari o contraddittori. In altri termini tale concettualizzazione risponde all’esigenza di disporre con rapidità di strategie di coping decisionali. Per arrivare ad una decisione ci è utile ricorrere a procedure di semplificazione altrimenti passeremmo tutto il nostro tempo a pensare.

Le procedure euristiche servono a trovare una soluzione, non necessariamente quella ottimale, quanto piuttosto quella più rapida.

Con il tempo il modello in questione si rafforza progressivamente, a scapito di tutte le alternative, divenendo quindi non una possibile interpretazione della realtà, ma la realtà stessa: così anche negli studi degli psicoterapeuti troviamo persone che si detestano e si sfiduciano pur essendo rispettati e circondati da persone che li amano.

L’idea del valore condizionato è una delle peggiori malattie del nostro tempo perché fa definire se stessi, il proprio valore in termini di condizioni esterne. Il valore relativo varia in base all’interpretazione individuale e culturale e non può ne deve essere assunto come parametro di visione.

Appare utile considerare anche le implicazioni sociali che l’adesione di tale principio comporta.

Infatti siamo spinti ad applicare tale modello anche alle altre persone proiettando su di esse significati veloci e spietati; se gli altri non presentano sufficientemente i presupposti scelti, allora hanno poco valore, se non li presentano affatto, non hanno valore, ne sono cioè del tutto privi.

La devastante linearità di tale logica, spesso poi è applicata in modo inconsapevole. Definire una persona ponendo una qualunque attribuzione come condizionante il suo valore, ci spinge ai confini estremi del razzismo e ci rende idealmente concordi con le peggiori ideologie che hanno inquinato la storia dell’uomo.

Come uscire quindi da questa trappola cognitiva?

L’esistenza di un essere umano non è mai un processo statico, bensì un divenire, ovvero un trasformarsi continuo in qualcosa di diverso da ciò che si è in quel momento. Pertanto l’aspetto più importante è il processo del suo divenire anziché il prodotto del suo essere già divenuto, finchè il suo stato di essere vivo gli offre la più lieve potenzialità di divenire, cambiare o crescere, non si può affermare che egli sia privo di valore.

Definendo il “valore intrinseco” in termini del suo essere in divenire, riformulando i bisogni nevrotici di approvazione e di successo verso riflessioni orientate sulle preferenze invece che sulle pretese rigide e assolutistiche, è possibile costruire un concetto di valore personale più stabile e meno “condizionato”.

È nel rifiutare l’adozione di condizioni esterne che definiscano il valore di una persona, accettare il concetto che ogni persona vale in sé stessa e per sé stessa e non solo per la funzione che può svolgere, che riedifichiamo il nostro valore intrinseco.

Ogni persona vale in sé e per sé in ragione del fatto che è viva, ed è l’essere vivo che caratterizza e definisce il senso delle nostre azioni e delle nostre attribuzioni.

Il concetto che gli esseri umani abbiano valore perché esistono e possono creativamente divenire ciò che desiderano, diventa una  questione anche educativa che sarebbe utile far apprendere già dai primi anni di sviluppo dell’individuo.

Esperienza comune è che i nostri educatori (famigliari, maestri, insegnanti, ma anche amici ecc.)  abbiano legato il nostro valore personale alla presenza di alcune attitudini quali l’intelligenza, la perseveranza, la bellezza, la competenza e così via.

È quindi in questa fase che si definiscono i presupposti che porteranno poi ad utilizzare un concetto di valore personale profondamente distorto; non riuscendo ad essere sempre competente, corretto, brillante ne dedurrò un significato negativo e postulato che la competenza sia legata al mio valore personale me ne sentirò privo, ledendo radicalmente il concetto di autostima.

Purtroppo convincere le persone che i concetti di valore e autostima relativi e condizionati sono illogici è ben difficile.

Per quale motivo?

Perché quando a casa eravamo ubbidienti ed educati, ci dicevano che eravamo proprio dei bravi bambini e noi ci sentivamo compiaciuti; quando invece siamo stati maldestri o disubbidienti ci hanno apostrofato come cattivi;  di fatto formulavano la loro opinione su quello che facevamo, ma hanno finito per esprimere valutazioni su ciò che eravamo.

Tutto ciò si è strutturato come  un indottrinamento svalutante reiterato nel tempo.

Il valore personale si struttura dalle prime relazioni con le figure di riferimento, dalla percezione che le figure genitoriali hanno sulla nostra persona. “L’organizzazione dell’esperienza del bambino è preceduta dalle percezioni organizzate che le figure importanti hanno di lui, soprattutto la madre o comunque chi si prende cura della crescita del bambino” (Winnicott, 1960).

E’ importante insegnare ai pazienti che le opinioni non sono i fatti, ma una ipergeneralizzazione e pertanto il non raggiungimento di uno scopo non equivale a definire una persona come un essere fallito; far riconoscere loro che  il valore (estrinseco) che gli altri ci attribuiscono può a volte essere di effettivo nostro vantaggio sociale, professionale, artistico, ma non è assoluto.

Perché riteniamo che accettarsi incondizionatamente sia preferibile?

Perché quando non si lavora nell’accettarsi incondizionatamente si rischia di buttarsi giù, di assumersi le colpe dei propri (umani) errori, dei propri difetti, di condannarsi ulteriormente, di odiarsi, di deprimersi.

L’essere umano è per sua natura imperfetto e spesso disturbato. Sarebbe un’azione utile e costruttiva aiutarci a cambiare senza risentimento ed ostilità.

Raggiungere questa consapevolezza psicologica significa abituarsi a riflettere in modo critico e non condizionato dalla “tirannia dei doveri”.

 

Dott. Marco Forti.

Psicologo, Psicoterapeuta & Sessuologo Clinico

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